Oh, là

Daniel Barenboim ha interrotto un concerto alla Scala mandando metaforicamente affanculo il solito – in questo caso solita – spettatrice (?) che al posto di ascoltare il concerto era impegnata a fotografare col cazzo di cellulare, come i giapponesi a Venezia – dei quali ridevamo così tanto anni fa.

Mai dire “non mangerò di questo pane”, diceva Yeoshua (non lo scrittore ma un altro circa 2000 anni fa).

Non molto tempo fa ero seduto di fianco a… Uno, vah – che, al posto di guardare lo spettacolo di danza indiana – bellissimo, raro – per il quale aveva pagato fior di soldi, si era impegnato con vibrante soddisfazione e per TUTTO lo spettacolo a riprenderlo col telefonino.
Stava assistendo a uno spettacolo dal morto, non dal vivo.
So benissimo che ci sarà qualcuno che dirà “minchia te ne frega”. Invece me ne frega eccome. Perdonate se sommessamente affermo che non mi diverte subire la luce di uno schermo (ovviamente al massimo della potenza luminosa) in faccia se non ne ho voglia, esattamente come non mi andrebbe di beccarmi un peto solforoso da uno seduto di fianco a me al cinema. Il peto lo fai al cesso, please, e col cellulare volendo ci fai anche del sesso – solo, per piacere: mettiti un po’ più in là. Vuoi?

Sinceramente non credo che sia la – un tempo famosa – cafonaggine. Credo sia qualcosa di più pericoloso e sottile: una schiavitù indotta, forse. Accettata e subita perché così fan tutti e se non lo fai anche tu sei out. Quando non si riesce MAI a staccarsi dallo schermo, quando si prova una stretta allo stomaco al solo pensiero di spegnere per un attimo l’electronic device di turno, la cafonaggine non c’entra più. Conosco un regista cinematografico che non riesce, proprio non riesce a non continuare a controllare il cellulare nel buio della sala. E’ più forte di lui. E di certo non si può dire che non ami il cinema.

Mah.
Detto questo, ognuno faccia quello che desidera. Massima libertà.
Solo due poltrone più in là. Non è difficile. Così anche la mia, di libertà, si potrà esprimere.
buon Natale.

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