Le favole di Ananda

Due bellissime favole…

Da dove provengano, non ha importanza.

 

C’era un giorno, in un dove e in un quando che non hanno importanza, uno scienziato.

Tutta la sua vita si era basata sul concetto di conoscenza, matematica, scienza, consequenzialità degli avvenimenti attraverso la legge di causa ed effetto.

Così il nostro scienziato si era dedicato, com’era tradizione della sua famiglia, allo studio dell’astronomia ed aveva fatto tutto questo con tutto se stesso, con l’intenzione di giungere molto in alto nella scala del sapere: più in alto di qualunque altro uomo prima di lui, più in alto del suo stesso padre, che già era ritenuto universalmente un luminare dell’astronomia.

Dunque il nostro scienziato studiò l’astronomia e, così come le stelle si muovevano sotto i suoi occhi, attraverso periodi e movimenti ben precisi che egli riusciva a comporre in diagrammi ed equazioni, allo stesso modo egli muoveva la propria vita e pianificava le proprie azioni. Scelse con oculatezza, ad esempio, il momento in cui era più opportuno che avesse accanto a sé una compagna, e la scelse con altrettanta oculatezza all’interno di una determinata cerchia di famiglie, affinché il suo matrimonio potesse portare ad un utile effetto per la sua carriera, al di là quindi dei sentimenti e della presenza fisica della donna.

Allo stesso modo decise il momento di avere un figlio: così come era suo costume fare per ogni atto che riguardava la sua vita, determinò il periodo migliore in cui ciò doveva accadere, arrivando anche a calcolare i bioritmi sia suoi che di sua moglie, in modo da cogliere l’attimo più favorevole per il concepimento. E così avvenne. Da questo concepimento nacque un bambino, il quale, come tutti i bambini, poco alla volta crebbe, e insieme a lui cresceva la sapienza scientifica del padre, la sua fama, le sue quotazioni all’interno del mondo della scienza; fino a quando, allorché il bambino aveva quasi dieci anni, il padre si trovò in cima alla scala e da lì incominciò a pensare che, tutto sommato, lui aveva fatto abbastanza e che adesso sarebbe toccato al figlio continuare la sua opera.

Purtroppo, però, un’amarezza era nei suoi pensieri: il figlio, infatti,pur essendo un bravissimo figliolo e dedicandosi con passione aglistudi, mostrava una certa indifferenza proprio verso quelle scienzeesatte alle quali il padre si era votato.

Stizzito e deluso, quasi adirato, per questa manchevolezza del figlio, lo scienziato cercava tutti i modi per porgergli nuovi stimoli nel tentativo di indirizzarlo là dove egli voleva che si indirizzasse; ma, più egli si sforzava, più il ragazzo sembrava sfuggire e rinchiudersi in se stesso.

Un giorno di novembre, mentre lo scienziato si trovava nel suo studio in cima alla villa, studio che aveva adibito a piccolo osservatorio astronomico completo di strumenti ottici per osservare il cielo, aveva appena puntato il cannocchiale verso Sirio quando il figlio, inaspettatamente, arrivò presso di lui ed egli, sempre nel tentativo di indirizzarlo verso la scienza, gli disse:

«Figliolo, guarda dentro a queste lenti e io ti mostrerò l’universo!».

Il figlio, senza dire una parola, appoggiò l’occhio alle lenti puntate verso il cielo stellato e guardò, mentre il padre cominciava a fare sfoggio di tutto il suo sapere.

«Vedi, figliolo, quella stella così lucente è Sirio ed è una delle stelle più grandi che possiamo osservare ad occhio nudo dal nostro pianeta; la sua luce bianca, eppure così luminosa, è dovuta ad una grande quantità di idrogeno sulla sua superficie, la quale ha una temperatura che arriva quasi a dodicimila gradi…».

E così continuò, fornendo dati numerici e tecnici in grande quantità e tutti gli elementi, insomma, che egli trovò per cercare di rendere importante ed interessante ciò che andava dicendo. All’improvviso il ragazzo si voltò a guardarlo ed i suoi occhi erano pieni di lacrime; poi, senza dire una parola, mentre lo scienziato ammutolito stava a guardare, si mise a singhiozzare e fuggì via.

Perplesso, lo scienziato lo seguì e lo trovò nella sua stanza, sul letto, con gli occhi ancora pieni di lacrime puntati verso il soffitto.

Si sedette accanto a lui, tacque un attimo e quindi gli chiese: «Figliolo, perché piangi? Io ti ho detto cose grandissime, cose che ho scoperto proprio io, cose che pochi sanno, che pochi uomini hanno visto e sanno elaborare come io ho fatto per tutta la mia vita. E tu, perché piangi?».

Il figlio, senza avere il coraggio di guardarlo in faccia e continuando a piangere, rispose: «Padre, ma è possibile che tu non riesca a vedere quanto è bello?».

E così, per la prima volta nella sua vita, lo scienziato incominciò davvero a comprendere l’universo.

 

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Nanaira e Fronac stavano osservando il centesimo castello di carte che era crollato.

«Se tu mi avessi aiutato!», pensava Nanaira.

«Se tu mi avessi chiesto!», pensava Fronac.

«Se tu avessi capito!» pensava Nanaira.

«Se tu avessi  domandato!», pensava Fronac.

«Se tu avessi voluto!», pensava Nanaira.

«Se tu avessi saputo!», si diceva Fronac.

 

E, insieme, seppellivano la loro esistenza sotto macerie di «se tu».

 

«Se io ti avessi aiutato», pensava Nanaira.

«Se io ti avessi chiesto», pensava Fronac.

«Se io avessi cercato», pensava Nanaira

«Se io avessi tentato», pensava Fronac.

«Se io avessi voluto», pensava Nanaira.

«Se io avessi saputo», pensava Fronac,

ed, insieme, cominciarono a ricostruire delle mura nuove per le loro esistenze.

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