Frankenstein (il mostro) e il linguaggio

Dopo un numero di anni abbastanza imponente da che “Frankenstein” di Mary Shelley giaceva intonso sulla mia libreria, ho deciso qualche giorno fa di cavarlo fuori e provare a leggerlo.
Bene feci, molto bene.
Splendido racconto che si presta a riflessioni profonde e scritto in un inglese – mi verrebbe da dire “vasto”, come l’italiano di Dino Buzzati. Vasto dal punto di vista filosofico, intendo. Che odora di Invisibile. Ne consiglio a tutti la lettura. Esistono edizioni bilingue.

Ecco come il Mostro (il Diverso, il Deforme, l’Inconosciuto) descrive la sua scoperta del linguaggio:

By degrees I made a discovery of greater moment. I found that these people possessed a method of communicating their experience and feelings to one another by articulate sounds. I perceived that the words they spoke sometimes produced pleasure or pain, smiles or sadness, in the minds and countenances of the hearers. This was indeed a godlike science, and I ardently desired to become acquainted with it (…) By great application, however, and after having remained during the space of several revolutions of the moon in my hovel, I discovered the names that were given to some of the most familiar objects of discourse: I learned and applied the words fire, milk, bread, and wood (…) I cannot describe the delight I felt when I learned the ideas appropriated to each of these sounds, and was able to pronounce them. I distinguished several other words, without being able as yet to understand or apply them; such as good, dearest, unhappy.

(Poco per volta feci una scoperta ancora più importante. Mi avvidi che quelle persone si comunicavano sentimenti ed esperienze attraverso suoni articolati. Notai che, nello spirito o sul volto degli ascoltatori, le parole da loro pronunciate cagionavano ora piacere ora dolore, ora sorrisi ora tristezza. Era davvero una scienza divina, e desideravo ardentemente conoscerla (…) Con grande impegno, e dopo essere rimasto nel capanno per diverse rivoluzioni della luna, appresi nondimeno i nomi attribuiti ad alcuni tra gli oggetti più ricorrenti del discorso: imparai a usare le parole fuoco, latte, pane, legna (…) Non so descrivere il piacere che provai quando imparai i significati appropriati per ognuno di questi suoni, e quando fui capace di pronunciarli. Captai altre parole, senza però essere in grado di capirle o di usarle: parole come buono, carissimo, infelice).

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