Di quella pira

A un mio amico, bontà sua, càpita di lavorare nelle opere liriche. Ed oscilla, ogni volta, tra l’ammirazione e il disgusto.

a) Ammirazione: per la potenza che, per esempio, può esprimere uno come Ambrogio Maestri il quale, dice, gli fece la scriminatura ai capelli passandogli (il mio amico) davanti mentre, seduto (spiaggiato, visto la mole) su uno sgabello, stava “accennando” (Maestri) la parte.
b) Disgusto: per le palate di urlo che si commìnano ad ogni battuta, tanto che a lui è impossibile credere anche solo per un minuto a “una pazza che dovrebbe avere la tisi e che invece pare un’indemoniata”.

Eh, come dargli torto.

Ma in alto il cuore, amico mio: ti viene in aiuto mica un coglione qualsiasi. A domanda ecco come risponde sul tema Riccardo Muti:

(Domanda) “Come sta l’Opera?”
(Risposta) “L’opera italiana è diventata di un’approssimazione allarmante, spesso è strepitìo vocale, ha modi circensi. Raramente è proposta con severità e serietà. Passa l’urlo del tenore. Sentimentalismi affettati. Così non fa bene al pubblico (…) All’estero certe cose dell’opera di oggi le chiamano “italianità”: non è un complimento, detto come intendono loro. Si riferiscono ai pianti superficiali, volgarità ridondanti, esecuzioni discutibili… Ma andiamo avanti”.

Mi viene un dubbio: Riccardo, non è che ti stai riferendo a una certa parte (devo fare il diplomatico) del mondo del teatro e del cinema italiano?

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