Borborigmi

Borborigmi

Da un po’ di tempo cerco di sfuggire alla lettura dei “commenti” degli “ospiti” nei vari social network. Borborigmi, intestini infiammati, rutti, aliti pesanti, flatulenze:
di questi tempi poi, alé alé.
Anche no, grazie. Mi prende lo sconforto.

Oggi ho sentito una frase che mi ha fatto riflettere: “un albero che cade fa molto più rumore di una foresta che cresce”.
E’ vero. Fa molto meno rumore. Eppure cresce. Dovrei saperlo, visto che in quella foresta cerco di starci anch’io (un pochino) prestandomi volontariamente per cosa e per chi non lo dico: ma spesso mi capita di dimenticarlo.

Sto leggendo in questi giorni “Il quinto giorno”, di Franz Schatzing. Un bel romanzone fanta-thriller-scientifico-apocalittico di 1032 (milletrentadue/00) pagine. Avevo paura ad iniziarlo, vista la stazza: ma feci bene a farlo.
C’entra con l’incipit di questo post, questo piccolo paragrafino che qui sotto cito e sul quale si potrebbe meditare a lungo? Forse sì, forse no.

A voi decidere.

“(…) Penso che tu stia sbagliando. Ti sei nascosto per anni e ti sei portato appresso il tuo stupido trauma eschimese. Hai rotto i coglioni agli altri e a te stesso. Non hai capito niente della vita. L’iceberg su cui ti sei trovato sei tu, un cafone gelido e inavvicinabile. Però hai ragione: là è successo qualcosa e il cafone ha iniziato a sciogliersi (…) Non devi dimostrare a nessuno di essere coraggioso. I ruoli degli eroi in questa storia sono già stati assegnati. Ai morti. Tu appartieni al mondo dei vivi”.

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